Dal punto di vista della normativa sanitaria, non esiste una definizione di “allevamento intensivo o “allevamento estensivo”. Esiste la definizione di “allevamento rurale” e “allevamento famigliare” solo nel caso degli allevamenti avicoli: «allevamento rurale con capacità strutturale inferiore a 250 capi (di pollame) che non movimenta avicoli verso altre aziende e nel quale gli avicoli sono allevati esclusivamente per autoconsumo o utilizzo personale, senza alcuna attività commerciale» (decreto ministeriale 13 novembre 2013), quindi allevamenti destinati al consumo privato (fatta salva la possibilità di procedere alla cessione occasionale di piccoli quantitativi di carne di pollame o lagomorfi o di altri prodotti primari dall’allevatore al consumatore finale o all’esercente il commercio al dettaglio a livello locale).
Le norme di biosicurezza sono intese a proteggere sia le produzioni in loco, sia a prevenire la diffusione di malattie infettive diffusive che potrebbero danneggiare anche altri operatori.
L’allevamento all’aperto può essere condotto solo in aree valutate come “non a rischio” dal punto di vista della possibile diffusione di malattie degli animali, comprese quelle trasmissibili per contatto diretto o indiretto con selvatici. In tutte le altre aree, gli animali devono essere mantenuti in condizioni tali da prevenire, per quanto possibile, l’introduzione nell’allevamento, o nel gruppo di animali, di malattie infettive diffusione.
Il dispositivo “dogana danese” previsto dal decreto ministeriale 13 dicembre 2018 risponde all’obiettivo sopradetto ed è vincolante nel caso degli allevamenti avicoli diversi da quelli “rurali”, come definiti dal decreto ministeriale del 2013.
